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Non è un mestiere per donne #3

La terza intervista del progetto "Non è un mestiere per donne" con Dunja Fabjan, astrofisica e divulgatrice scientifica. 

Non è un mestiere per donne


Il progetto “Non è un mestiere per donne” nasce nel contesto intrapreso dalla ZKB Trieste Gorizia per la Certificazione per la Parità di Genere, riconoscimento che la banca ha conseguito alla fine del 2024.
Questa iniziativa si porge l’obiettivo di dare voce, visibilità e forza alle donne che, con coraggio, competenza e determinazione, sono riuscite ad affermarsi in ruoli di leadership in settori ancora oggi sono percepiti come “non femminili”.

In un contesto in cui le disuguaglianze di genere persistono e in cui molte donne faticano a immaginarsi in posizioni di responsabilità, vogliamo proporre modelli reali, positivi e ispiranti. Lo faremo attraverso una serie di interviste a donne del nostro territorio che hanno raggiunto traguardi importanti. Le loro storie autentiche vogliono lanciare un messaggio chiaro: non è un obiettivo irraggiungibile, si può fare.

Il progetto non si rivolge solo alle donne, ma anche agli uomini, affinché cresca una consapevolezza condivisa sull’importanza dell’equità di genere e sul valore della diversità nei luoghi di lavoro.

 

Dunja Fabjan è un’astrofisica e divulgatrice scientifica. Studia gli ammassi di galassie e le loro caratteristiche, svolgendo le sue ricerche presso la Facoltà di Matematica e Fisica dell’Università di Lubiana, dove lavora come docente associata ed è membro del Gruppo di Astronomia. Tra le fondatrici dell’Istituto Cosmolab, si impegna attivamente nella creazione di progetti didattici e divulgativi legati all'astronomia, rivolti a scuole, insegnanti e al grande pubblico. Per molti anni ha fatto da mentore ai giovani partecipanti delle Olimpiadi di astronomia e astrofisica e di altre competizioni organizzate dall’Associazione dei matematici, fisici e astronomi della Slovenia. Inoltre, insieme alla collega Maruša Žerjal, ha fondato e conduce il podcast in lingua slovena «Temna stran Lune - Il lato oscuro della Luna», interamente dedicato al cosmo.
Dunja Fabjan ha condiviso con noi la storia di quando ha scoperto l’universo.


Quando ha iniziato a sognare l’universo?
«Ho scoperto l’universo durante l’adolescenza. Per puro caso, su invito di mio padre, ho partecipato a una serata di osservazione delle stelle organizzata da un astronomo a Opicina. In quell’occasione ci siamo recati a Pese (paese vicino a Trieste) per ammirare il cielo notturno. Quando sono tornata a casa, ho subito disegnato tutte le stelle che avevo visto per la prima volta, entusiasta di saperle finalmente riconoscere e collocare nello spazio. Tutto è iniziato così, dal desiderio di dare un nome e un posto alle luci sopra di me.
Più tardi, durante le scuole superiori, ho frequentato i miei primi campi estivi di astronomia. Fu allora che guardai per la prima volta attraverso un telescopio: quando vidi la Luna, mi sembrò quasi di volare sopra la sua superficie, tanto appariva vicina. Credo che questi due momenti siano stati fondamentali per farmi capire la mia strada. Al momento di scegliere la facoltà universitaria ero un po’ indecisa tra percorsi più umanistici e qualcosa che mi permettesse di comprendere meglio il cosmo. Alla fine ho deciso che l'astrofisica rappresentava la sfida maggiore per me.»


Quante ragazze studiavano alla Facoltà di Fisica dell’Università di Trieste, all’epoca?
«Non ricordo i numeri esatti, ma eravamo davvero pochissime rispetto al totale degli studenti. Nei primi tre anni abbiamo studiato fisica generale, mentre solo al terzo anno abbiamo avuto il primo vero approccio con il corso introduttivo di astrofisica. Quello è stato finalmente il momento in cui ho potuto dedicarmi a ciò che desideravo. Durante la laurea magistrale, poi, ho seguito praticamente tutte le materie di astrofisica e questo mi ha resa estremamente felice. Ricordo che in quel periodo andavo persino volentieri agli esami.»


Qual è stato il momento di svolta nella sua carriera che l’ha portata dove si trova oggi?
«Uno dei momenti chiave è stato sicuramente alla fine della magistrale, quando ho dovuto decidere cosa fare in futuro. Non ero sicura se orientarmi verso l’insegnamento o proseguire la ricerca. Ho deciso di tentare il dottorato. All’epoca, a Trieste, c’era un esame per concorrere ai posti disponibili; una volta superato, ho potuto continuare gli studi lì.
Un altro bivio importante si è presentato alla fine del dottorato, quando ho messo su famiglia e mi sono chiesta: "E adesso?". Già durante gli studi avevo deciso di esplorare un'altra strada: la comunicazione della scienza. Presso la SISSA di Trieste esiste un prestigioso master in questo campo, così ho sostenuto l’esame di ammissione e l'ho frequentato parallelamente al dottorato. È stato un periodo impegnativo, ma sentivo che mi avrebbe aperto nuove prospettive. Per un po’ ho sperimentato entrambe le direzioni, poi ho scelto di proseguire con la ricerca. Ho ottenuto un posto all’Università di Lubiana, o meglio, presso il Centro di eccellenza Vesolje-SI, che era stato appena fondato. Questo mi ha permesso di trasferirmi a Lubiana e, al tempo stesso, di mantenere numerose attività nel campo della divulgazione.»


Se semplifichiamo, il suo campo è lo studio degli ammassi di galassie. Per un profano, forse l’aspect più affascinante è che oggi lei osserva ciò che è accaduto nell’universo in un lontano passato.
«È esattamente così. Qualsiasi fenomeno astronomico che vada oltre i confini della nostra galassia è, in sostanza, uno sguardo al passato. Possiamo osservare la storia della nostra vicina Andromeda o di galassie ancora più remote. Durante i miei studi mi sono concentrata sui sistemi più grandi, ovvero sui gruppi di galassie che si tengono insieme e che possiamo analizzare in modi molto diversi. Oltre alle galassie, in questi spazi c’è anche del gas che ha una proprietà particolare: non possiamo vederlo se non attraverso i telescopi a raggi X.
Trovo affascinante poter studiare tutto questo tramite simulazioni numeriche e con l’aiuto dei supercomputer. Cerchiamo di creare modelli digitali che siano il più possibile coerenti con la realtà, per poi verificare se corrispondono a ciò che osserviamo. In questo modo riproduciamo nel computer una sorta di frammento di universo da confrontare con quello reale. Il nostro obiettivo è comprendere il cosmo attraverso metodi numerici e simulazioni avanzate.»


Quando parliamo di passato, di quale passato stiamo parlando? Quanto indietro nel tempo risalgono le vostre osservazioni?
«L’universo ha quasi 14 miliardi di anni. La profondità del nostro sguardo nel passato dipende da quanto lontano siamo in grado di osservare. Nel nostro caso ci concentriamo sull’universo locale, quindi non arriviamo fino ai suoi momenti iniziali. Il cosmo, infatti, ha avuto bisogno di tempo prima che si formassero strutture complesse come gli ammassi di galassie.»


Di quale periodo stiamo parlando, quanti anni fa?
«Circa la metà dell’età dell’universo.»


Quindi circa sette miliardi di anni fa?
«Sì, esatto.»


Due dei mondi nei quali opera, la scienza e l’ambiente accademico, sono ritenuti da molti di dominio prevalentemente maschile. Le sembra che sia veramente così?
«In realtà sono ambiti aperti a chiunque sia mosso da passione per la scienza e la ricerca. È vero, però, che nell’ambiente scientifico ci sono meno donne. Le percentuali variano a seconda del settore: in fisica, di norma, la presenza femminile è ridotta, così come in astronomia e astrofisica. Se ricordo bene la cifra esatta, all’interno dell’Unione Astronomica Internazionale, che riunisce i professionisti di tutto il mondo, le donne rappresentano circa il 20 per cento del totale.»


Alla Facoltà di Matematica e Fisica dell’Università di Lubiana lei è docente e membro del Gruppo di Astronomia. Com’è, quindi, essere donna in questo ambiente?
«Si tratta di un ambiente molto dinamico, che negli ultimi tempi è cambiato notevolmente. Abbiamo moltissimi studenti e studentesse. Se guardiamo alle iscrizioni alla laurea triennale in fisica – di cui l’astronomia fa ancora parte – negli ultimi anni quasi un quarto degli iscritti è costituito da ragazze. Si tratta di un dato molto incoraggiante rispetto al passato. Se invece guardiamo al personale strutturato, le ricercatrici e le professoresse sono meno numerose: la loro percentuale si aggira ancora tra il 10 e il 20 per cento.»


Pensa che il fatto che oggi più ragazze si dedichino alla fisica e all’astronomia sia influenzato anche dalle famose scienziate del passato – da Ipazia nell’antica Grecia fino a Marie Curie – o è soprattutto una questione di tempo e di progresso sociale?
«Non ho una risposta univoca a questa domanda. È vero, però, che ultimamente, in astronomia e in altri settori della fisica, poniamo molto più l’accento sul ruolo delle donne nella storia della scienza. È fondamentale mostrare che le donne hanno sempre dato un contributo significativo alla ricerca. Naturalmente conosciamo tutti Marie Curie, spesso citata anche nel contesto dei premi Nobel, dove i loro successi continuano a ispirare le nuove generazioni, dimostrando che il talento scientifico non ha genere.»
In un’epoca in cui ci sforziamo di sfatare gli stereotipi di genere, non dobbiamo dimenticare la ricchezza della diversità. Secondo lei, cosa apporta l’approccio femminile all’astrofisica e al futuro della ricerca?
«Se parliamo di come sia cambiato il ruolo delle donne e di quanto sia diventato più visibile oggi, mi sembra che la presenza femminile apporti soprattutto una maggiore diversità, proprio come fa ogni singolo individuo. Più che sottolineare le differenze tra una visione femminile e una maschile della scienza, insisterei sul fatto che, come scienziati, dobbiamo aprirci il più possibile. La scienza ha superato i confini geografici, ma a volte rimaniamo limitati a un ambito molto ristretto, concentrati solo sulle ricerche più recenti e dimenticando che in alcune parti del mondo i colleghi hanno enormi difficoltà anche solo ad accedere agli articoli, ai dati scientifici e all’istruzione. Forse dovremmo concentrarci proprio su questo: come ampliare il più possibile la comunità scientifica per poter collaborare tutti insieme.»


Lei è anche una divulgatrice scientifica. All’università si dedica alla formazione dei giovani e, come co-fondatrice dell’Istituto Cosmolab, organizza attività astronomiche per le scuole e gli insegnanti. Inoltre, per molti anni è stata mentore nella preparazione alle Olimpiadi di astronomia e astrofisica, ed è la coordinatrice nazionale slovena per l’educazione astronomica presso l’Unione Astronomica Internazionale (IAU). Quando si parla di pari opportunità tra ragazzi e ragazze, nota delle differenze nelle nuove generazioni rispetto a quelle precedenti?
«È difficile da valutare, perché sono attiva in questo campo da troppo pochi anni per poter parlare di mutamenti storici. Posso però riferire ciò che abbiamo osservato nelle gare di astronomia. Insieme ai colleghi abbiamo verificato quante ragazze che ottengono buoni risultati nelle competizioni delle scuole elementari partecipino poi a quelle delle scuole superiori, e abbiamo notato che la percentuale si riduce notevolmente. Se alle elementari la presenza è paritaria, alle superiori la quota delle ragazze scende addirittura a un terzo.
Non ci è del tutto chiaro cosa accada in questa fase di transizione, ma è evidente che qualcosa cambia: l’ambiente, gli insegnanti e le materie di studio. Tutto ciò può influire su una minore partecipazione alle competizioni, che sono peraltro molto impegnative e richiedono tempo e preparazione. I giovani restano comunque molto curiosi, soprattutto i bambini. Se riusciamo ad avvicinarli alla scienza partendo dalla loro esperienza quotidiana, iniziano spontaneamente a riflettere su ciò che accade intorno a loro. Non dobbiamo per forza trasformarli tutti in scienziati, ma possiamo preservare la loro naturale curiosità verso il mondo.»
Insieme alla collega astrofisica Maruša Žerjal è autrice del podcast in lingua slovena «Temna stran Lune - Il lato oscuro della Luna». Ci troviamo in un momento storico in cui si registra un calo di fiducia sia nella scienza che nei media tradizionali.

Ritiene che le persone percepiscano i dati scientifici in modo diverso a seconda che siano presentati da una voce maschile o femminile?
«In base alla mia esperienza, il genere di chi parla non influisce sulla percezione della scienza quanto la coerenza e la trasparenza nella comunicazione, oltre alla chiarezza con cui si esprimono i propri obiettivi. Una particolarità dei podcast è che non vediamo i nostri ascoltatori. Per questo motivo, di recente abbiamo condotto un sondaggio per conoscere, almeno su un piccolo campione, il nostro pubblico. È emerso che gli ascoltatori sono molto eterogenei, anche per età. Si tratta per lo più di persone già interessate alla scienza, il che è un ottimo punto di partenza.
Insieme alla mia collega avevamo anche l’obiettivo di invitare al microfono il maggior numero possibile di scienziate, per sottolineare che le donne sono attive nella ricerca in settori oggi di punta. Speriamo, in questo modo, di avvicinare altre ragazze a questo ambiente.»


In generale, qual è secondo lei il giusto approccio alla crescente sfiducia nei confronti della scienza?
«Più che limitarsi a elencare i risultati della scienza, credo sia fondamentale fornire al pubblico gli strumenti adatti a riconoscere l'attendibilità delle fonti. Le persone devono poter valutare se una notizia si basa su dati rigorosi – capendo cosa definisce la "buona scienza" e cosa no – o se si tratta solo di un titolo sensazionalistico che punta ad attirare l’attenzione. Offrire queste lenti critiche per comprendere come funziona il metodo scientifico è, a mio avviso, la priorità assoluta in questo momento.»


Abbiamo accennato ai dati e al calo della partecipazione femminile alle competizioni. Cosa possiamo fare affinché in futuro l’astrofisica diventi un percorso naturale per chiunque sia interessato, indipendentemente dal genere?
«Credo che l’astronomia e l’astrofisica siano, per loro natura, discipline molto accessibili. Dopotutto, i fenomeni che osserviamo – il ciclo del giorno e della notte, la luminosità di Venere la sera, le fasi della Luna – sono parte della vita di tutti. Se trasformiamo questa esperienza quotidiana, attraverso la scuola o i media, in una riflessione più profonda sul perché la Luna cambi posizione nel cielo o mostri facce diverse, possiamo accendere l'interesse delle persone. È importante rendersi conto che la scienza è ovunque intorno a noi, dal movimento dei corpi celesti fino al telefono o al computer che teniamo in mano. Viviamo immersi nella scienza, anche quando non ce ne accorgiamo.»


Cosa consiglierebbe a una ragazza che vorrebbe seguire le sue orme?
«Le consiglierei di non seguire necessariamente le mie orme, ma di scegliere in base a ciò che accende la sua curiosità e la sua passione. È altrettanto importante cercare il contatto diretto con chi fa ricerca. Oggi vengono organizzate moltissime attività per i giovani, dalle conferenze divulgativi a vari eventi scientifici, anche qui in Slovenia. Se durante uno di questi incontri ci si ferma a dialogare con i relatori, può nascere una connessione personale preziosa. Ritengo che questo scambio sia fondamentale per capire davvero cosa significhi essere una scienziata, fare ricerca, creare e dare il proprio contributo alla conoscenza.»

 

Per concludere, volgendo lo sguardo allo stato attuale dell’astrofisica: possiamo aspettarci rapidi progressi in futuro grazie all’evoluzione degli strumenti di intelligenza artificiale?
«L’astronomia e le scienze in generale si avvalgono da tempo delle nuove tecnologie, compreso l'apprendimento automatico per l'analisi dei dati. Oggi gestiamo moli enormi di informazioni astronomiche, quindi il data mining e la capacità di estrarre dettagli significativi da questi archivi sono vitali per comprendere i fenomeni cosmici.
Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale solleva interrogativi su come cresceranno i futuri scienziati, su come impareranno a comprendere la scienza e su come useranno questi sistemi. L’IA, in fin dei conti, resta solo uno strumento: ha bisogno di una mente umana che rifletta, pianifichi e interpreti i risultati prima e dopo il suo utilizzo. Questi sono i due aspetti di cui ci occupiamo molto sia come docenti che come ricercatori: i limiti tecnologici e le questioni etiche che ne derivano. L'intelligenza artificiale contribuirà a nuove scoperte – e lo sta già facendo – ma, quando si parla di universo, le domande aperte non finiscono mai. A questo proposito, vorrei fare presente un aspetto fondamentale: dietro ogni grande macchina o algoritmo ci sarà sempre bisogno della curiosità umana per decifrare i segreti più profondi del cosmo.»

 

Autrice: Valentina Oblak

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