2011-10-20 - Il Piccolo
La stretta al credito Bcc Fvg in soccorso delle micro-imprese
Il presidente Graffi Brunoro: «La cooperazione è un valore in tempi di crisi». Stancich (Zkb): «Siamo una rete sociale»
di Giovanni Tomasin - TRIESTE - Le cooperative come antidoto alla crisi nelle parole del presidente delle Bcc Fvg Giuseppe Graffi Brunoro: «Noi non disperdiamo il valore in borsa, non fuggiamo nei paradisi fiscali, non delocalizziamo per sfruttare, privilegiamo lavoro e radicamento». Parole che ben sintetizzano lo spirito del convegno “Le 4c contro la crisi: cooperazione, comunità, credito cooperativo”, organizzato ieri da Zkb Credito cooperativo del Carso.
Al centro dell’incontro i punti di forza e le debolezze della cooperazione in questi anni difficili. Un tema sintetizzato con efficacia dal presidente di Zkb Sergio Stancich: «Sono convinto che con il sistema cooperativo, facendo e facendo fare rete, si possa fornire un grosso aiuto e dare speranza proprio a quelle microimprese che altrimenti, in questa nuova era, hanno difficoltà a stare sul mercato». Anche le cooperative, però, non sono immuni ai problemi: «Nel momento in cui le Bcc dimostrano la loro importanza dando sostegno a famiglie e imprese - ha affermato Graffi Brunoro - si sceglie di penalizzarle aumentando Ires e Irap».
Secondo l’economista Guido Caselli i prossimi anni richiederanno un salto di qualità a tutte le imprese, cooperative e non: «Ogni prodotto si sviluppa sul mercato secondo uno schema ad “S” - ha spiegato -: inizia piano, poi s’impenna per rallentare di nuovo, fino al lancio di un nuovo prodotto e a una nuova “S”. Così è per le nostre imprese: stanno nella parte finale della “S”, ora serve un cambio di paradigma, nella fattispecie il passaggio a un modello di impresa-società. Una tale impresa ottiene riconoscimento non per la sua capacità di creare ricchezza - come avviene ora - ma per la sua capacità di rispondere alle esigenze di una comunità più ampia, la società civile».
Nel successivo dibattito, moderato dal direttore de Il Piccolo Paolo Possamai, il presidente della Federazione trentina di cooperazione Diego Schielfi si è detto certo «che le cooperative abbiano la forze di superare la crisi nonostante le pastoie fiscali e burocratiche che le opprimono». L’avvocato Massimo Malvestio ha lanciato invece un avvertimento: «Il modello cooperativo non è sempre alternativo. Le grandi cooperative di consumo hanno perso il mutualismo: sono grandi centri di potere con riferimenti politici che mirano soltanto al profitto». Secondo il presidente Stancich, invece, resta sempre una linea che segna la differenza fra la cooperativa e la normale azienda di capitale: «Anche con le grandi cooperative di consumo esiste una possibilità di interagire che non riscontriamo altrove». Il direttore di Apot (Associazione produttori ortofrutticoli trentini) Alessandro Dalpiaz, infine, ha portato l’esempio del consorzio Melinda: «Una realtà sostenuta da oltre 4mila piccoli produttori, distribuiti su quattro organizzazioni in continuo confronto, in grado di esportare in quaranta paesi. E che in tempi non facili ha trovato la forza di proporsi sul mercato russo, e presto su quello indiano, con un unico marchio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Al centro dell’incontro i punti di forza e le debolezze della cooperazione in questi anni difficili. Un tema sintetizzato con efficacia dal presidente di Zkb Sergio Stancich: «Sono convinto che con il sistema cooperativo, facendo e facendo fare rete, si possa fornire un grosso aiuto e dare speranza proprio a quelle microimprese che altrimenti, in questa nuova era, hanno difficoltà a stare sul mercato». Anche le cooperative, però, non sono immuni ai problemi: «Nel momento in cui le Bcc dimostrano la loro importanza dando sostegno a famiglie e imprese - ha affermato Graffi Brunoro - si sceglie di penalizzarle aumentando Ires e Irap».
Secondo l’economista Guido Caselli i prossimi anni richiederanno un salto di qualità a tutte le imprese, cooperative e non: «Ogni prodotto si sviluppa sul mercato secondo uno schema ad “S” - ha spiegato -: inizia piano, poi s’impenna per rallentare di nuovo, fino al lancio di un nuovo prodotto e a una nuova “S”. Così è per le nostre imprese: stanno nella parte finale della “S”, ora serve un cambio di paradigma, nella fattispecie il passaggio a un modello di impresa-società. Una tale impresa ottiene riconoscimento non per la sua capacità di creare ricchezza - come avviene ora - ma per la sua capacità di rispondere alle esigenze di una comunità più ampia, la società civile».
Nel successivo dibattito, moderato dal direttore de Il Piccolo Paolo Possamai, il presidente della Federazione trentina di cooperazione Diego Schielfi si è detto certo «che le cooperative abbiano la forze di superare la crisi nonostante le pastoie fiscali e burocratiche che le opprimono». L’avvocato Massimo Malvestio ha lanciato invece un avvertimento: «Il modello cooperativo non è sempre alternativo. Le grandi cooperative di consumo hanno perso il mutualismo: sono grandi centri di potere con riferimenti politici che mirano soltanto al profitto». Secondo il presidente Stancich, invece, resta sempre una linea che segna la differenza fra la cooperativa e la normale azienda di capitale: «Anche con le grandi cooperative di consumo esiste una possibilità di interagire che non riscontriamo altrove». Il direttore di Apot (Associazione produttori ortofrutticoli trentini) Alessandro Dalpiaz, infine, ha portato l’esempio del consorzio Melinda: «Una realtà sostenuta da oltre 4mila piccoli produttori, distribuiti su quattro organizzazioni in continuo confronto, in grado di esportare in quaranta paesi. E che in tempi non facili ha trovato la forza di proporsi sul mercato russo, e presto su quello indiano, con un unico marchio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA





